Anzitutto quando si costituisce una società bisogna prestare molta attenzione al tipo di società scelto. Esistono, infatti, forme societarie che prevedono anche la responsabilità personale dei soci oltre alla responsabilità patrimoniale della società. Il socio illimitatamente responsabile, infatti, può essere chiamato a rispondere dei debiti societari anche con il proprio patrimonio personale.

Il fallimento di una società con un socio illimitatamente responsabile

Quando a fallire è una società che prevede l’esistenza di soci illimitatamente responsabili, il fallimento della società determina anche il fallimento personale dei soci. Chiuso il fallimento, mentre la società si estingue, il socio resta obbligato con il suo patrimonio personale per i debiti societari non soddisfatti nella procedura concorsuale.

Ciò significa che i creditori concorsuali potranno agire per recuperare il loro credito perseguitando il fallito per tutta la vita. Quest’ultimo, infatti, difficilmente riuscirà a saldare quanto dovuto.

La funzione dell’esdebitazione

L’esdebitazione è un Istituto disciplinato dall’art. 142 Legge Fallimentare che prevede la possibilità per il socio illimitatamente responsabile di una società dichiarata fallita di far dichiarare inesigibili i debiti maturati nell’esercizio dell’attività di impresa non soddisfatti nel fallimento.

Tanto sarà possibile solo se il fallimento non era una scatola vuota. In altri termini, tra i vari requisiti richiesti dalla legge per la concessione del beneficio dell’esdebitazione, c’è quello del soddisfacimento non irrisorio dei creditori concorsuali.

Quanti e quali creditori concorsuali devono essere stati soddisfatti nel fallimento?

Sul punto, la Suprema Corte di Cassazione si è recentemente espressa su una statuizione del Tribunale di Milano, il quale aveva ritenuto di non dover concedere l’esdebitazione ad un fallito in quanto con il fallimento era stata soddisfatta una percentuale di creditori inferiore al 30%.

Nella pronuncia di merito, quindi, il Tribunale di Milano aveva indicato il 30% quale soglia minima dei pagamenti per ritenere raggiunto il requisito oggettivo dell’esdebitazione.

In particolare, la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7550 del 27 marzo 2018, ha precisato che la corte milanese ha errato nel momento in cui ha arbitrariamente fissato una percentuale di pagamento dei crediti concorsuali (almeno il 30%) al cui solo raggiungimento ha ricollegato la possibilità di ottenere il beneficio dell’esdebitazione.

Nella predetta statuizione, poi, viene precisato che al fine di scongiurare il rischio di valutazioni arbitrarie, con pronunce difformi in presenza di situazioni identiche, l’art. 142, comma 2, Legge Fallimentare deve essere interpretato nel senso che:

ove ricorrano i presupposti di cui al comma 1 medesima disposizione, il beneficio dell’esdebitazione deve essere concesso a meno che i creditori siano rimasti totalmente insoddisfatti o siano stati soddisfatti in percentuale affatto irrisoria”.

 Il consiglio dell’Avvocato

Questa pronuncia ha certamente una notevole importanza – spiega l’avv. Elena Laura Bini dello Studio Legale Lambrate – “in quanto enuncia un preciso criterio interpretativo al quale le corti di merito dovranno conformarsi, riducendo, così, l’ambito di discrezionalità affidato dalla norma al giudice di merito”.

Lo Studio Legale Lambrate assiste su tutto il territorio nazionale i falliti che, entro un anno dalla chiusura del fallimento, vogliano presentare istanza di esdebitazione, dandosi una seconda possibilità.

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